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| Festa, Fatta In Roma, Alli 25. di Febraio MDCXXXIV / BENTIVOGLIO Guido, [5 février 1635] | |||||||||||
Festa fatta in Roma, alli. 25 di febraio MDCXXXIV — e data in luce da Vitale Mascardi
/
BENTIVOGLIO Guido
et
SACCHI Andrea
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| Italien |
« Con la disinvoltura tipica dei Papi di quei tempi, nel 1628 Urbano VIII ordinò cardinale
suo nipote, che all’epoca aveva appena vent’anni. In poco tempo, Antonio Barberini
guadagnò una posizione di rilievo nella Curia romana, dove anche suo fratello Francesco
e suo zio Antonio seniore sedevano nel collegio cardinalizio. Per celebrare il proprio
ruolo e il potere della sua famiglia, enormemente accresciutosi grazie alla protezione
del Papa, all’inizio del 1634 Antonio decise di finanziare, con la favolosa somma
di 60.000 scudi, una grande Giostra del Saracino in onore del principe Alessandro
Carlo Wasa di Polonia, in quel periodo in visita a Roma. Nelle sue intenzioni quello
doveva essere l’evento culminante del Carnevale di quell’anno e restare nella memoria
anche dei posteri. Come teatro scelse Piazza Navona, dove già da alcuni secoli si
tenevano giostre e altri cimenti cavallereschi in occasione del Carnevale. L’ideazione
letteraria della giostra venne affidata prevalentemente al poeta Fulvio Testi, residente
del Duca di Modena, e l’allestimento all’architetto e scenografo Francesco Guitti,
ferrarese.
Di questa formidabile festa in armi ci sono rimaste diverse testimonianze. A cominciare
da due bei quadri, conservati nel Museo di Roma di Palazzo Braschi: uno di Filippo
Gagliardi e Andrea Sacchi, che offre una visione d’insieme della piazza e l’altro
attribuito a Giovanni Ferri, che adotta invece un punto di vista più ravvicinato.
Dell’evento resta poi una dettagliata relazione del cardinale Guido Bentivoglio, pubblicata
nel 1635 ed arricchita da splendidi disegni dello stesso Andrea Sacchi.
La Giostra del Saracino è un particolare tipo di cimento cavalleresco che consiste
nel caricare al galoppo e colpire con la lancia un fantoccio girevole, collocato in
cima a un palo. Di solito il fantoccio ha il braccio destro armato da una mazza, o
da una sferza, e imbraccia uno scudo col sinistro. Secondo alcuni, questo esercizio
sarebbe ispirato a quello del palus, descritto nell’Epitoma rei militaris, di Vegezio
(IV-V secolo d.C.), con cui i soldati romani venivano addestrati a colpire con la
spada. La Giostra del Saracino era anche chiamata Quintana e prevedeva la variante
in cui anziché colpire il fantoccio, il cavaliere doveva infilare la punta della lancia
in un anello sospeso al braccio del manichino. Si dice “del Saracino” perché tipicamente
il manichino girevole aveva le fattezze e l’abbigliamento di un Moro, cioè appunto
di un “saraceno”, vale a dire di un musulmano, come i pirati che razziavano le coste
italiane, provenendo dal Nord Africa.
Contrariamente a quanto si vede oggi in molte rievocazioni di questo tipo di Giostra
(per esempio ad Arezzo, o ad Ascoli Piceno), originariamente il cavaliere non doveva
colpire lo scudo imbracciato dal Saracino, ma la testa. Anzi, se colpiva lo scudo
il cavaliere veniva penalizzato. Lo spiegano esplicitamente i “capitoli da osservarsi
nella Festa”, vale a dire il regolamento della giostra tenutasi a Piazza Navona nel
1634.[…] »
Giovanni Battista Tomassini (2016)
: Italie , joute , joute sarrasine , Prince de Pologne , Rome (Italie) , tournoi