Détail du portrait peint par van Wassenhove et Berruguete (vers 1476. Studiolo de Frédéric III de Montefeltro, Urbino).

De Equo – Pape Pie II

Lors du colloque qui a eu lieu le 19 septembre 2022 au siège du Comité olympique italien, Mario Gennero nous a présenté une lettre datée de 1444 du pape Pie II contenant un traité sur le cheval.

L’intervention de Mario Gennero traduite en français, à partir de 4:59:00

 

Le texte de l’intervention en italien:

——–
DE EQUO
Pio II – Enea Silvio Bartolomeo Piccolomini

 “…nec    altrum   habet   
ingenium    n
qui non diligit   equos”

Pio II

 

            Una delle figure più rilevanti dell’Umanesimo è il papa Pio II, al secolo Silvio Enea Bartolomeo Piccolomini, nato nel 1405 a Corsignano, piccolo borgo in Val d’Orcia che poi, da papa, avrebbe rifondato col nome di Pienza e morto ad Ancona nel 1464, discendente da una nobile famiglia senese esiliata ed impoverita. Dei diciotto figli soltanto tre raggiunsero la maggiore età: Enea Silvio, e le sorelle Caterina e Laudonia, quest’ultima madre di quattro figli tra i quali Francesco, il futuro Pio III.

            Di questo illustre personaggio che ha dominato il XV secolo italiano presentiamo una “epistola”.

L’epistola ed il dialogo costituiscono le forme letterarie più ricorrenti  nel Quattrocento. Piccolomini, nel nostro caso specifico, fa ricorso all’epistola. Diversi autori quattrocenteschi hanno adottato invece la seconda, anche nel campo della letteratura equestre. Ricordiano ad esempio il terzo libro de Il Cavallerizzo di Claudio Corte, o il Dell’uso del piliere di Giovanni D’Aquino.

            L’epistola, dice Poliziano, è il colloquio con gli assenti, siano essi lontani da noi nello spazio o nel tempo. Questa forma letteraria deve essere sempre breve, semplice , ricca di brio di motti di proverbi. Nè la lettera deve prendere un tono troppo sentenzioso altrimenti non si ha più una lettera, ma una elaborata orazione. L’epistola è un discorso meditato, scritt

L’epistolario di Piccolomini non deve quindi essere considerato come una normale “lettera”, ma, come tutti gli epistolari umanistici, un piccolo trattato destinato alla pubblicazione, all’epoca ancora manoscritta.

            Lo scritto è datato 4 luglio 1444. E’ indirizzato a Wilhelm von Stein, cancelliere del duca d’Austria, “ onore dei soldati e splendore della stirpe” umanista, consigliere imperiale, estimatore ed esperto di cavalli, con il quale ebbe un cospicuo scambio di lettere.

            Il trattatello è dedicato al Duca d’Austria, Alberto VI d’Asburgo (1418-1463), governatore della cosidetta “Austria Anteriore”, duca dell’Alta Austria, detto “il prodigo”. Suo fratello maggiore era l’imperatore Federico III.

            Motivo occasionale della lettera è il ringraziamento per aver ricevuto dal Duca un anello d’oro con uno “straordinario” smeraldo come attestazione di stima e di considerazione per le qualità letterarie. Piccolomini ancora una volta si dimostra preparato anche nella conoscenza della pietra preziosa e si dilunga nella sua descrizione.

            Ritiene che il modo più elegante per ringraziare il Principe per il dono ricevuto sia uno scritto sui cavalli: “Questo principe grande piacere trae dagli ottimi cavalli, poiché ciò è proprio di chi ha un animo nobile, né può avere grande ingenio chi non ama i cavalli. Infatti quale animale è più insigne del cavallo, quale più utile al genere umano…Lodo dunque il nostro duca che ama i cavalli, infatti gli uomini stessi li amano”

Con modestia non si considera un poeta e quindi non degno della considerazione del Duca.

            Il piccolo trattato, un compendio sulle conoscenze sul cavallo, è più una dotta esercitazione umanistica che un’opera tecnica. Bisognerà attendere il secolo seguente, in particolare nella seconda metà del Cinquecento, per incontrare, a partire dal 1550, i primi veri trattati di equitazione con Gli ordini cavalcare di Federico Grisone, seguiti dalle opere di Cesare Fiaschi, Claudio Corte, Pirro ed Antonio Ferraro, Pasquale Pignatelli, Alfonso Ruggeri, Giovan Battista Pignatelli, Prospero d’Osma, Marco De Pavari, Ottavio Siliceo, Giovanni de Gamboa, Lorenzino Palmieri, Nicola e Luigi Santapaulina….ed altri ancora le cui opere giacciono tuttora inedite in biblioteche o archivi, in attesa che qualche studioso le riporti alla luce. Ne è esempio il trattato di Tomaso Arcamone presentato da  Patrizia Arquint.

            Alle numerose doti di Enea Silvio Piccolomini quale letterato, storico, urbanista, politico, mecenatate soprattutto verso gli architetti, religioso non possiamo quindi aggiungere anche quelle di un esperto cavaliere o ippologo o ippiatra. Il suo scritto, è interessante per la conoscenza del cavallo del tempo, quella che precede e prepara, senza volerlo, il fiorire e la nascita dell’equitazione.

            La materia, come dichiarato nell’introduzione, è tratta da vari autori classici, soprattutto latini, e medioevali: Virgilio in particolare, Solino, un compilatore romano del III secolo, Giovenale, Plinio il Vecchio, Isidoro di Siviglia (VI-.VII), Alberto Magno (XIII). Non fa riferimenti  in particolare a quelli greci, anche se viene citato Aristotele, neppure a Senofonte, il padre dell’equitazione. L’Autore del Peri Ippikes sarà una “scoperta” del Cinquecento. La prima traduzione di questa fondamentale opera appare in italiano soltanto nel 1580 a Venezia nella traduzione di Evangelista Ortense.

            La cultura del cavallo dell’epoca di Piccolomini era soprattutto  limitata all’ippologia, alla cura e all’allevamento. Le opere specifiche si tramandavano da generazione in generazione attraverso manoscritti. Non esistevano trattati “tecnici”. Continuavano ad essere considerati dei “classici” le opere di Giordano Ruffo di Calabria, l’Ecuyer di Federico II, di Lorenzo Rusio, di Flavio Vegezio Renato, le raccolte di scritti di autori arabi e greci, la Mulomedicina Chrironis.… Si curavano i cavalli secondo antiche ricette. Si utilizzavano essenzialmente farmaci naturali, si recitavano preghiere e formule magiche invocando l’intervento dei santi. Si legavano alla criniera rotolini con determinate preghiere o suppliche. Per ogni malanno c’era un santo protettore! L’astrologia era il punto di riferimento. Si osservava la posizione della luna e degli astri per trarre risposte o per curare.

            Forse non si sentiva la necessità di comporre opere sul modo di addestrare i cavalli o di montare. Se sono state scritte sono andate disperse. Occorre tenere conto che l’anafalbetismo raggiungeva punte elevate e di conseguenza la “scienza” veniva trasmessa oralmente.

            Il cavallo faceva parte della vita quotidiana. Si montava a cavallo per andare in guerra, per i viaggi, per il lavoro dei campi o per partecipare a tornei, giostre, caroselli.

            Si stava a cavallo “jambe de ça, jambe de là”. Non esisteva ancora il piacere di ben figurare a cavallo, frutto di un lungo addestramento ricevuto nelle accademie, dapprima napoletane e poi diffuse in varie città italiane:  Ferrara, Roma, Padova, Milano …punto di partenza della moderna equitazione.

            Questa era ancora la situazione, ereditata dai secoli precedenti, durante il Quattrocento anche se il cavallo era già il protagonista di opere artistiche nei quadri e nei monumenti.

            L’epistola, dal succinto titolo di De equo, è stata scritta in latino, come quasi tutta la produzione di Piccolomini, eccettuate le lettere familiari, la lingua dotta degli umanisti del XV secolo, definito da qualche studioso di letteratura italiana “senza poesia, senza prosa d’arte”, dove però incontriamo illustri nomi come Leonardo Bruni, Leon Battista Alberti, Angelo Poliziano, Silvio Enea Piccolomini, Lorenzo Valla, Tortelli, Perotti, Il Biondo di Antonio Biondi, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Cristoforo Landino, Luigi Pulci, Coluccio Salutati, Matteo Palmieri, Ciriaco d’Ancona considerato il “padre dell’archeologia”, o il genio di Leonardo da Vinci….Autori che hanno prodotto opere che spaziano in molti campi del sapere ed offrono nella loro prosa pagine di rara bellezza. Personaggi ed eventi si delineano con la forza ed il rigore di Piero della Francesca o di Masaccio.

            Non bisogna dimenticare la grande scoperta del secolo XV, la nascita dell’editoria libraria grazie all’impulso dato dal tedesco Johannes Gutenberg creatore a Magonza della stampa a caratteri mobili nel 1450 , diffusa rapidamente a Venezia, dai primi stampatori -editori tedeschi e francesi, come..Nicolas Janson e, a partire dal 1490, da Aldo Manunzio, inventore di edizioni “tascabili”, le cosidette “Aldine”, rigorosamente curate dagli umanisti dell’epoca tra cui uno illustre Erasmo da Rotterdam.

La stampa contribuirà in modo determinante alla diffusione della cultura nel senso più ampio del termine e quindi anche quella del cavallo.

            Il Quattrocento “prepara”, diciamo così, il grande secolo XVI, il Cinquecento. Una soleggiata e tiepida primavera, dopo il freddo inverno del Medioevo, che prelude all’estate ricco di sole e di colori del Rinascimento.

            Il De Equo costituisce il punto di partenza di una produzione ben più vasta della letteratura equestre, seguita nello stesso secolo dal De equo animante del grande Leon Battista Alberti, dedicato a Lionello d’Este, principe di Ferrara, pubblicato però soltanto nel 1556 a Basilea. Anche questo breve “Libello”, di non ampio respiro, è scritto in latino. Pure questo non un trattato “tecnico” di equitazione, ma un “elogio” al cavallo.

            Nella abbondante produzione latina quattrocentesca ci troviamo di fronte ad una lingua “costruita”, artificiale. Non è più il latino “barbaro” dell’uso medioevale, né la lingua della scuola, né quello della Chiesa. Di fronte al volgare che ormai ha assunto una sua dignità ed una tradizione nell’ambito culturale, si colloca una lingua che non è più il latino classico di Cicerone o di Seneca. Il “nuovo” latino è uno strumento fabbricato attraverso l’esperienza di alcuni secoli di produzione letteraria e di evoluzione linguistica. Traspare nelle pagine degli scrittori quattro-cinquecenteschi, Piccolomini compreso, un impegno di ricerca, una riflessione sempre presente, un sforzo puntiglioso verso la forma più adeguata.

            La traduzione del De Equo ha richiesto per questo nostro evento, uno sforzo non indifferente anche a esperti conoscitori della lingua di Roma, in particolare per la terminologia.

            Per questa presentazione ci siamo riferiti all’edizione delle Epistole curata da Rudolf Wolfan di Vienna del 1909. Il De Equo occupa il capitolo 154, da pag.395 a pag. 424.

            Il piccolo trattato non è strutturato in capitoli. Il discorso è unico, ma è facilmente possibile suddividerlo in capitoli, di differente lunghezza: dedica, presentazione dello scritto, cavalli famosi, razze più conosciute, allevamento, ricoveri dei cavalli, alimentazione, malattie e loro cure, “segreti” relativi ai cavalli.

            Degno di nota la parte introduttiva dell’epistola dove Piccolomini, prima di affrontare l’argomento specifico “cavallo”, si rivolge all’amico Wilhelm descrivendo se stesso come persona sostanzialmente retta, benchè non priva di difetti: “Sono un poeta, non uno stoico e nemmeno un ipocrita. “Mi attirano gli sguardi distinti e volentieri guardo soprattutto gli occhi delle donne. Nessuna donna, tuttavia, come dissero di Aristotele, mi ha soggiogato, né l’amore di nessuna mi ha mai distolto dai miei doveri…”

            I cavalli scrive Piccolomini, nascono in ogni luogo della terra, ma più di tutte le regioni, nutrice di cavalli, è la Cappadocia, provincia del Ponto.

            Delle razze italiane italiane elogia i cavalli nati nelle Puglie, dei quali Virgilio aveva già scritto “Di qui il cavallo da guerra incede ardito”. Soggetti che “hanno una vita più lunga e generano fino ai 33 anni””

            Fa riferimento ai cavalli siciliani che “sono tanto grandi quanto robusti”.

            Riporta quanto era stato scritto dal Poeta a proposito dei cavalli portoghesi. “Vi è presso Lisbona una così sorprendente fecondità delle cavalle che si crede concepiscano quando spira il vento Favonio e siano fecondate dallo stesso”; questa diceria si è poi protratta nei secoli e riportata da molti autori.

            Ritiene che i cavalli più forti nascano dai trenta ai sessanta gradi di latitudine.

            Per quanto riguarda l’allevamento e a cura dei cavalli l’Autore ripropone il sapere degli antichi valido, in gran parte, anche ai giorni nostri, frutto di lunga esperienza.

Nelle pagine dell’epistole è costante l’amore verso il cavallo, animale al quale occore prestare grandi attenzioni.

            Poche righe sono dedicate ai ricoveri, alle scuderie, ma con consigli sempre attuali, a volte ancora disattesi..

Raccomandazioni sono rivolte per quanto riguarda il lavoro, l’alimentazione, la scelta dell’acqua.
            I cavalli non debbono essere abbandonati alle cure di estranei. I ”Padroni- scrive Piccolomini- curino di visitare sovente la scuderia, e ciò non è da reputarsi cosa indegna neppure per i re e gli imperatori. L’occhio del padrone infatti, come si dice popolarmente, ingrassa il cavallo”.

Un cavallo di buona razza deve possedere questi quattro aspetti: La forma, la bellezza, il valore ed il colore”. Ricordiamo che all’epoca e nei secoli precedenti e ancora successivi si attribuiva molta importanza al colore del mantello.

            Il cavallo deve essere di animo audace, veloce, trepidante nei suoi membri, segno quest’ultimo di fortezza. Si raccomanda di metterlo alla prova affinchè da grande tranquillità possa essere facilmente eccitato e si tranquillizzi subito dopo un grande tumulto. Dimenticandosi forse di essere un religioso invoca gli dei affinchè “concedano cavalli tali dal piede sonante all’eccellente Duca nostro, con i quali possa mostrare il suo valore ai nemici ed ai sudditi”

            Un lungo capitolo è dedicato alle malattie ed alle relative cure dei cavalli. In queste pagine è riportata tutta la scienza ricavata dagli scrittori antecedenti. In particolare, sia per i mantelli sia per le malattie, il riferimento costante è l’opera De animalibus di Alberto Magno, vescovo cattolico, scrittore e filosofo tedesco appartenente all’ordine dei Domenicani, vissuto nel XIII secolo ..

            Per la cura delle malattie ricorrenti si fa costante riferimento all’impiego delle erbe. Rimedio principe, raccomandato ancora dagli autori che verrano, è il salasso e l’impiego del fuoco. Alcuni ai nostri occhi fanno sorridere, come, ad esempio, tanto per citarne due, il ricorso all’utilizzo di un povero gallo,” tagliato nel mezzo del dorso e ancora con le interiora palpitanti” da applicare sull’arto di un cavallo che si è raggiunto ed ha creato danni all’arto anteriore.

            Per curare un cavallo [in colica] che si gira troppo frequentamente sul lato e cerca di grattarsi il ventre con il piede posteriore, segno che è afflitto dai vermi, “occorre costringerlo a mangiare le budella di una gallina giovane, sana e ancora focosa e questo per tre giorni, alla mattina nel frattempo non si lascia che il cavallo beva o mangi, se non per poco tempo, fino all’ora nona”.

            La piccola opera di Pio II termina con i “Segreti”. Ogni allevatore, ogni maniscalco, ogni uomo di cavalli, ogni écuyer aveva i propri custoditi gelosamente. Lo stesso Pignatelli, per citare un nome illustre, tramandò ai posteri uno scritto al riguardo Delli bellissimi secreti de cavalli, mai pubblicata a suo tempo, conservata soltanto in manoscritti e pubblicata recentamente. Ne sveliamo qualcuno:

 “una donna incinta che avrà bevuto il sudore del cavallo misto a vino, abortirà il feto”

“Le cavalle perdono il desiderio del coito se viene loro tagliata la criniera”

“Un impiastro preparato con sterco equino e aceto ferma il flusso del sangue”

“Una donna che avrà, senza saperlo, bevuto del latte equino e si sarà unita subito dopo con un uomo, spesso concepirà per quanto prima non sia mai restata incinta”

“I denti del cavallo maschio, messi sotto il capo di chi dorme, impediscono che questi russi”

“I denti di un giovane cavallo di un anno, sospesi sopra un bambino che perde i denti rimuovono sia l’indugio sia il dolore”.

 

Mario Gennero
Traduzione di Stefano Ricco
Revisione Patrizia Arquint